Vai al contenuto
Palau

Palau
di Roberto Rinaldi

Per i miei occhi Palau rimarrà sempre un intricato sistema di isole dal verde acceso, che spiccano da estese macchie del colore dello smeraldo perse nel blu dell’Oceano Pacifico.

Decine, centinaia di isole, isolette, scogli aguzzi di calcare, atolli di candida sabbia. E in mezzo canali, baie, laghi isolati dal mare aperto, tutto assieme a creare uno spettacolo mozzafiato che rimarrà impresso nella memoria per ricordare un luogo davvero unico al mondo.

Palau non è niente altro che un nome ad indicare questo magnifico spettacolo. Ma l’atlante si incarica di mettere ordine tra i ricordi e l’eccitazione di quei minuti di volo a bordo di un minuscolo aereo.

E così si scopre che al nome Palau corrisponde in realtà un arcipelago. Il più occidentale delle isole Caroline, che emerge dal mare e si avvista all’orizzonte dopo aver navigato verso est dalle Filippine per oltre 600 miglia, e aver superato la fossa delle Marianne, l’abisso più profondo del pianeta.

L’arcipelago si estende per oltre 400 miglia, dall’atollo di Kayangel all’isoletta di Tobi. Dell’arcipelago fanno parte più di 200 isole, ma di queste solo otto sono abitate. A parte tre eccezioni tutte le isole sono circondate da un’unica cintura di corallo e rappresentano due mondi geologici differenti.

Le isole maggiori hanno origine vulcanica, come la grande Babeldaub e parte della vicina Koror dove oggi sorge la capitale, mentre le altre sono figlie o comunque dirette discendenti dei coralli.

Le Rock Islands sono infatti isolotti calcarei, parti emerse di antiche barriere fossili, mentre invece altre sono veri e propri atolli corallini ancor oggi viventi. Intricato come le sue isole e suoi mille canali il sistema politico della Repubblica di Palau. Nell’arcipelago oggi indipendente dopo la dichiarazione del 1994, si intrecciano gli antichi ordinamenti tribali e la moderna struttura presa a prestito dal sistema americano. Tradizionalmente la società di Palau era una società matriarcale.

Erano, e sono, le donne a possedere i campi di Taro, il tubero prezioso nell’alimentazione. Sono le donne il perno del complesso sistema di regole, leggi, ordinamenti che dovrebbero dare ordine alla società del luogo. Il centro del sistema è in ogni caso il clan. servono più o meno una decina di clan per costituire un villaggio.

Il capo del clan più forte sarà il capo dell’intero villaggio, mentre gli altri nove aiutano nelle funzioni di governo. Parallelamente esiste un consiglio di dieci donne che si preoccupano delle decisioni concernenti il denaro e la terra. Sono comunque le donne a decidere la successione dei capi. un incredibile quantità di regole scritte e non, applicate o dimenticate, regolano i rapporti tra i membri della società e di questi con quelli più in alto di loro gerarchicamente.

Su questa struttura già di per se complicata e di difficile comprensione, si innesta il moderno ordinamento della giovane Repubblica di Palau. Dopo esser passato di mano in mano durante il periodo coloniale, l’arcipelago passò stabilmente sotto il controllo giapponese dopo la prima guerra mondiale. Una dominazione rigida e brutale, che in pochi anni portò a far aumentare la popolazione giapponese a numeri ben più importanti di quelli della popolazione indigena. Fino all’ultimo conflitto. Da allora sono gli americani a farla da padrone. È oggi il dio dollaro che comanda la cosa pubblica della Repubblica di Belau, come la chiamano gli indigeni. Ci sono grandi erogazioni di fondi per il paese. In cambio Palau partecipa al “Compact of Free Association” lasciando liberi gli americani di portare armi nucleari in un terzo del territorio della piccola Repubblica e di utilizzarne le giungle per le esercitazioni militari. E politicamente Palau guarda agli USA: voi non ci crederete, ma è divisa in ben 16 stati. Stati dotati di un governatore, una legislatura e ministeri. Strano, se si pensa che gli americani sono circa 250 milioni, mentre a Palau a stento si contano 16.000 anime. E dunque alcuni degli stati non contano più di cento cittadini. Un sistema complesso, che fa si che pare che circa il 60% della intera popolazione sia in qualche modo alle dipendenze dello stato. Non si sente l’aria della politica, attraversando Babeldaub con la jeep. La pista di terra rossa si fa strada attraverso la giungla, a tratti si affaccia sulla sommità di colline tondeggianti dalla vegetazione bassa, dove spiccano le grandi foglie dei banani.

Le case ai bordi della strada sono piccole, semplici, adorne di cascate di fiori.

Sempre vicine a grandi campi di taro dalle foglie altissime. Filiamo verso nord, sballottati malamente sui sedili dell’auto. Ci allontaniamo dalla contraddizione di Koror, di questa piccola città che non sa se essere un piccolo pezzo di America, o una colonia di filippini, o, semplicemente, un villaggio in un’isoletta al centro del meraviglioso Oceano Pacifico. La politica è lontana, ma non il sistema tribale.

Il capo qui è davvero il capo. Il suo potere è indiscusso. Gli dobbiamo rispetto. Lui ci assicura ospitalità.

Passiamo a vedere il capo prima di lasciare la macchina e avviarci a piedi lungo un sentiero nel più fitto della foresta e raggiungere delle cascate da sogno. Non si tratta propriamente di chiedere un permesso, un’autorizzazione, quanto di rispettare una tradizione, un’antica tradizione dei popoli del Pacifico. E il capo ci racconta qualche aneddoto, molte storie della sua gente, ci indica dove troveremo i resti di uno Zero abbattuto nella giungla e la strada più corta per raggiungere le cascate. Ci arriviamo camminando per un lungo tratto lungo il corso di un torrente. Con le gambe nell’acqua fresca e cristallina, i piedi nudi sulle rocce scivolose.

Alla cascata la giungla e una gran massa di acqua nebulizzata sembrano volerci avvolgere completamente. Mentre torniamo camminando nelle acque del fiume, la nostra guida ci spiega che proprio le acque del fiume sono le tradizionali vie di comunicazione a Palau. Ce ne accorgiamo mentre camminiamo lungo il greto e saliamo verso i resti di un antico villaggio. Anticamente i pericoli venivano dal mare. Dunque i villaggi si addossavano sui versanti dell’isola.

A piedi lungo il fiume, o in canoa gli abitanti potevano raggiungere l’oceano. Ora camminiamo su di una strada lastricata con grandi pietre di roccia lavica, lisciate e arrotondate. Superiamo una gradinata sotto un magnifico tunnel di vegetazione, prima di arrivare di fonte alla grande capanna. “Men’s house”, la chiamano in inglese, Bai per gli abitanti di Palau, la casa degli uomini. La grande capanna di tronchi e paglia in cui gli uomini erano soliti trascorrere le loro giornate ed in cui ancora oggi si svolgono riunioni e celebrazioni.

La casa degli uomini, a loro dedicata e a loro riservata. Interdetta alle donne, salvo che a una o due, destinate a servire, cucinare, rassettare ed essere le amanti di ognuno. Capitava spesso che queste donne servissero bene e fossero ricompensate con donazioni di terreni e campi di taro che in breve le rendevano ricche e potenti. Pensiamo a tutto questo, mentre mangiamo con le mani la polpa del taro bollito, con una foglia di banana come piatto. Ci accompagniamo un pesce meraviglioso, cotto su un fuoco di foglie e deliziose banane fritte nell’olio di cocco. Non si può fare a meno di pensare ai deprimenti hamburger che si trovano a Koror, serviti con patatine e litri di ketchup.

E si, è strano, a Palau è praticamente impossibile gustare la cucina tradizionale, semplice se volete, poco variata, ma davvero gustosa. Palau si vive in barca. la meraviglia dell’arcipelago si schiude ai nostri occhi quando vi siamo immersi.

Quando navighiamo attraverso canali attraverso i quali sembra impossibile orientarsi.

Sospesi sui coralli che salgono da fondo, e che ad un tratto ci abbandonano, lasciandoci di colpo all’interno di un lago dall’acqua di smeraldo, circondato da pareti di giungla e calcare. All’interno del lago ci guardiamo attorno. A trecentosessanta gradi. E ci sembra impossibile esservi entrati. Sembra impossibile che dopo che la piccola barca ha attraversato l’angusto canale stretto tra le rocce, queste si siano chiuse dietro di noi, mentre gli alberi si affacciavano con le fronde fin quasi sull’acqua a cancellare ogni traccia.

Qui il silenzio è assoluto, se si fa eccezione per il canto degli uccelli. Ma nulla può neppure ricordare il rumore dell’onda. Si potrebbe girare per giorni, in questo labirinto di rocce, giungle e coralli. Si deve navigare con un esperto del luogo che conosca i luoghi segreti. Come quel giorno che siamo partiti in canoa.

Per ore abbiamo seguito Ron che pagaiava nel labirinto. Saremmo dovuti arrivare ad un’ora precisa, in un luogo preciso. Ron conosce quel luogo, dove un tunnel sott’acqua consente l’accesso ad un lago salato altrimenti impossibile da raggiungere. Saremmo dovuti arrivare con la bassa marea, quando la sommità del tunnel emerge dalle acque e consente di passare, stando sdraiati sulla canoa, tirandosi con le mani sulla volta. Ma in quel momento del giorno di fronte a noi c’era solo una parete di roccia che finiva in mare.

Abbiamo allora indossato le pinne e la maschera e siamo scivolati silenziosamente in acqua. Potevamo ora vedere la volta del tunnel sommerso, un metro al di sotto della superficie del mare. Un lungo respiro e giù, pinneggiando verso l’ingresso, per attraversare in apnea i dieci metri di roccia che ci separavano dal misterioso lago salato. All’interno del tunnel, alla luce di una torcia, abbiamo scoperto un paio di minuscoli squali nascosti tra le rocce. Si, perché sembra davvero che le acque dei laghi salati siano delle vere e proprie nursery per le creature dell’oceano, che qui vengono per trascorrere il periodo di maggiore vulnerabilità della loro esistenza.

Ed in breve siamo all’uscita. La luce violenta del sole ci accoglie oltre l’apertura. Mentre saliamo verso l’alto, verso l’aria da respirare con una profonda boccata, osserviamo la superficie. Liscia ed immota, limpida come una lastra di vetro, non faceva alcun mistero dei nuvoloni candidi che passavano nel cielo blu e delle fronde degli alberi che si propendevano verso l’acqua. Un’immagine di sogno, tanto era bella e irreale. A poche decimetri dalla superficie nuotavano minuscoli pesci ago dal muso rossastro che sembravano volare tra le nuvole e le foglie gialle appoggiate sul pelo dell’acqua. A tratti i pesciolini abbandonavano le nuvole e filavano veloci sullo sfondo dei coralli riflessi sulla superficie immobile. I coralli dei laghi salati sono coralli diversi, abituati a vivere in acque calme e ferme. Ve ne sono alcuni endemici, altri costituiti da un solo polipo, ma grande come un melone. Ma non tutti i laghi marini sono popolati di coralli. Ve ne sono alcuni, infatti, che si trovano completamente isolati dal mare, e colmi di acqua dolce. È stata l’erosione dell’acqua piovana, combinata con i prodotti acidi della decomposizione della vegetazione a scavare queste profonde fosse nei calcari, che ora si trovano isolate dal mare.

Contatti con il mare ce ne devono essere stati, dato che all’interno di alcuni laghi si trovano grandi masse di meduse. Pare che larve di meduse siano arrivate in questi bacini quando comunicavano con l’oceano, in periodi in cui i livelli delle acque erano diversi da quelli attuali. Poi i laghi sono rimasti isolati e all’interno di essi le meduse. Sono cominciati così processi evolutivi che hanno portato diverse creature ad elaborare strategie evolutive simili. Ecco perché in ogni lago isolato, si trovano specie a se stanti endemiche di quello specchio d’acqua.

In generale le micidiali meduse, in grado di paralizzare le prede con i velenosi tentacoli ma abituate ad una simbiosi con le alghe che vivevano nei loro tessuti, hanno gradualmente eliminato i tentacoli e sono divenute “erbivore” approfittando dei nutrienti sintetizzati dalle alghe simbionti. Ecco il perché del mistero dei laghi pieni di una immane massa di meduse che seguono il sole durante l’arco della giornata. Questo tipo di fenomeno si ripete in diversi laghi, ma, a ben guardare, le meduse sono diverse da un lago all’altro. Proprio perché, benché provenienti dagli stessi antenati, si sono trovate isolate e hanno seguito evoluzioni parallele. Due anni fa, probabilmente a causa dei mutamenti climatici che sembrano essere stati causati dalla corrente del Niño, si è verificata una terribile moria nelle popolazioni di meduse dei laghi di Palau.

Sembra per fortuna che oggi la situazione vada però normalizzandosi. Siamo dovuti andare a vedere il grande capo di Koror, Ibedul Yutaka M.Gibbons. Un capo attentissimo all’ecologia, allo sviluppo delle isole e del turismo che non passi attraverso la distruzione, o comunque il danneggiamento di patrimoni inestimabili. Parliamo a lungo con il capo, ci mostra alcuni suoi progetti di turismo regolamentato, ci dice che i turisti devono prima di arrivare qui già aver compresso quanto fragile possa essere questo complesso ed unico ecosistema. L’idea sarebbe quella di spingere e stimolare l’ecoturismo, più che il turismo puro e semplice, nella sua generale accezione. I laghi delle meduse sono ora chiusi al pubblico. Gli scienziati locali ci vanno periodicamente. Raccolgono campioni, misurano le meduse superstiti. Tutti ci sembrano genericamente ottimisti: si, dopo la grande catastrofe il numero delle meduse, sta rapidamente aumentando. È vero, si tratta ancora di esemplari molto piccoli, più piccoli di quelli sterminati dall’intervento del Nino. Ma crescono bene. E così, ora che la situazione sembra ormai stabilizzata e avviata verso la soluzione positiva, Ibedul Yukata ci da il suo permesso.

Entreremo nel lago senza pinne, per non correre il rischio di danneggiare con movimenti maldestri le fragili creature.

All’interno del lago sembra di essere immersi in una massa di gelatina vivente. Piove a dirotto, le meduse sono quindi un pochino disperse e lontane dalla superficie. Scendiamo dunque di qualche metro in apnea per trovarci all’interno di questa massa vivente, circondato dalle eteree meduse che pulsano senza sosta. È sufficiente uno squarcio nelle nuvole di pochi minuti, perché le meduse, tutte assieme, salgano verso la superficie e si assembrino nella zona del lago più illuminata. Mastigias, è il nome del genere di queste meduse, di cui si ritrovano tre specie differenti. Possiamo toccarle a mani nude, farci sfiorare la pelle: da secoli oramai hanno perso i tentacoli e il loro potere urticante, inutile in un mondo in cui non ci sono per loro né prede né predatori. Sono le alghe simbionti che si trovano nei loro tessuti, a fornire nutrimento. È per questo che ogni giorno le meduse migrano da una parte all’altra del lago, alla ricerca delle zone più solatie, ben lontane dal limite dell’ombra degli alberi. E per questo, perché ogni parte del proprio corpo sia perfettamente illuminata, le meduse ruotano costantemente.

Inspiegabilmente sempre in senso antiorario. Finiscono le pellicole nelle fotocamere. La pioggia continua a cadere e le meduse si disperdono e scendono verso il fondo. Giunge il momento di tornare. E così ci arrampichiamo ancora attraverso la giungla fittissima. Poi giungiamo alla cresta acuminata dell’isola e scendiamo ancora verso il mare per rimontare sul kayak e tornare a remi alla base, mentre il sole del tramonto si affaccia al disotto delle nubi. L’indomani ci serve una veloce barca motore, per correre attraverso i canali, verso l’esterno delle Rock Island, verso il margine dell’atollo, verso quelle zone in cui le isole si affacciano sul mare e sono bordate da candide spiagge. Le spiagge di Palau, spesso ultimo margine di terraferma prima di spettacolari lagune di acque smeraldine, sono belle come non si può descrivere.

La sabbia è candida, il mare della laguna sempre tranquillo e cristallino.

Foreste di palme o di giungla intricata regalano ombra fresca e rilassante alle spalle.

E poi a Palau possiamo partire in barca alla ricerca della nostra spiaggia. Della spiaggia deserta, dove non incontreremo nessuno per tutta la giornata, o non vedremo passare una barca. La nostra spiaggia può essere un fazzoletto di qualche decina di metri, o un lungo arenile oltre il quale le palme ricurve si specchiano nel mare. Può essere il margine di una grande isola rocciosa, oppure parte di un minuscolo atollo su cui crescono tre palme.

Si tratta solo di cercare quella che più ci piace, magari accompagnati da qualcuno del posto che ci indichi quelle dove è possibile sbarcare e quelle invece riservate a qualche capo locale, per le quali occorrere conoscere o chiedere il permesso. Siamo francamente in mare, oramai. Benché a qualche miglio di distanza, odiamo il fragore continuo delle onde oceaniche che si infrangono sulla barriera corallina.

Quel nastro continuo che osservavamo dall’aereo. Quella striscia di corallo che racchiude acque di lagune, di laghi marini, di laghi di acqua dolce, isole calcaree, atolli corallini, lave emerse dagli oceani. Tutto quell’insieme di terre e di mari che noi chiamiamo con in nome di Palau.

Le immersioni a Palau

C’è da perdere la testa se si è a Palau e si è appassionati di immersioni.

Noi eravamo imbarcati a bordo del Big Blue Explorer, una nave da crociera attrezzata di tutto punto per esplorare i fondali dell’arcipelago. Quattro, cinque immersioni al giorno erano previste, partendo dalla grande nave su piccole barche a motore attrezzati con le bombole e tutte le altre attrezzature necessarie. Meta principale delle esplorazioni la parete esterna della grande barriera. Quasi in ogni punto lo spettacolo è mozzafiato. Ci si trova sospesi nell’acqua cristallina su pareti che scendono verticali verso abissi insondabili.

Cariche di alcionari coloratissimi, gorgonie gigantesche, spugne dalle forme più diverse. Il punto più bello è di certo un promontorio sommerso della grande parete che si spinge verso il mare aperto. Il reef è pianeggiante, nel primo tratto, e si spinge verso il largo ad una profondità di una quindicina di metri.

Blue Corner, si chiama questo posto. Ad un tratto il pianoro è tagliato di netto. Si getta violento in una parete verticale, a tratti strapiombante, che scompare negli abissi. Ci affacciamo a questo incredibile balcone naturale, agganciati al fondale con speciali uncini d’acciaio che ci consentono di resistere alla corrente violenta che tenta di strapparci via. In breve siamo circondati di pesce e altre creature marine.

Ci passano davanti eleganti aquile di mare, pesci di barriere, tartarughe che salgono verso la superficie per una boccata d’aria. A momenti siamo letteralmente avvolti da banchi fittissimi di dentici giganteschi, di carangidi, di barracuda d’argento. Banchi tanto fitti da nasconderci completamente alla vista dei compagni e da nascondere alla nostra tutto ciò che ci circonda. In continuazione, instancabili, nuotano gli squali. Ce ne sono decine, eleganti squali grigi, goffi pinna bianca.

Passano di fronte al balcone da cui ci affacciamo sullo spettacolo del mare. Si avvicinano alcuni metri, curiosi vengono ad osservarci. Tendendo una mano potremmo toccarli, se solo volessimo. Uno spettacolo superbo che dura fino a quando non ci lasciamo andare al fiume in piena della corrente che, violenta ci trasporta via. Ci lasciamo andare fino a scoprire tre grandi buchi sul fondo del mare. A due o tre metri di profondità.

Non resistiamo alla curiosità nuotiamo all’interno. Ci troviamo in una immensa grotta. Il fondo di sabbia è a trenta o quaranta metri più sotto. La luce del sole penetra violenta dalle aperture in alto e riverbera sul fondale chiaro.

Nel lato verso mare una grande apertura squarcia la parete e si affaccia sull’azzurro del mare profondo.

Un altro spettacolo difficile da dimenticare. Anche se altre emozioni attendono l’appassionato subacqueo nel mare di Palau. Le zone interne della laguna, infatti, sono ricchissime di relitti di bastimenti giapponesi affondati durante la seconda guerra mondiale, mentre una meravigliosa grotta, chiamata Chandelier cave, ci attende ricchissima di spettacolari stalattiti e stalagmiti.

La genesi dei laghi salati

Come si possono essere formate quelle bizzarre isole che osserviamo dall’aereo? Come è possibile che la natura abbia prodotto una morfologia così bizzarra di terre con un cuore di acqua proprio al centro, quasi fossero decine di piccole ciambelle? Per capire dobbiamo prendere la storia alla lontana.

Tornare a quei giorni in cui un grande reef corallino si estendeva da queste parti, producendo una immane quantità di carbonato di calcio che si accumulava in spessori importanti. In milioni di anni questo strato calcareo si è andato compattando, fino a divenire roccia calcarea, che eventi tettonici hanno sollevato oltre il livello dei mari di quei tempi. Così la vegetazione ha iniziato la sua opera di colonizzazione delle rocce, e gli agenti atmosferici la loro disgregazione. Foglie cadute, rami strappati si sono accumulati nelle zone più depresse e hanno iniziato a decomporsi, producendo acidi umici in grado di corrodere il calcare e approfondire le depressioni, scavare tunnel, cunicoli, caverne.

In seguito a piogge abbondanti, è ovvio, alcune di queste depressioni hanno iniziato a riempirsi d’acqua e a divenire laghi d’acqua dolce. Nel frattempo l’erosione continuava, ed il fondo del lago veniva a trovarsi a profondità maggiori del livello del mare. Acque dolci e acque salate iniziavano dunque a farsi strada attraverso le porosità dei calcari , avvicinandosi le une alle altre fino ad entrare in contatto attraverso minuscoli, capillari canali. Ecco allora intervenire una forza ben più potente e violenta: quella delle maree che inesorabilmente porta per due volte al giorno le acque del mare a sollevarsi e ad abbassarsi, fluendo con violenza inarrestabile attraverso i canali nel calcare, che sono stati così allargati fino a divenire veri e propri tunnel o addirittura fino ad eliminare totalmente interi diaframmi di roccia e a mettere l’antico lago in diretta comunicazione con il mare aperto.

Dieci cose da non perdere

1. Fate attenzione alle previsioni del tempo e, non appena una giornata di sole e cielo azzurro si annuncia, prenotate un posto su di un piccolo aereo per un sorvolo dell’arcipelago;
2. Se siete subacquei trascorrete almeno una settimana su di una barca da crociera: è il miglior modo per godere dei fondali locali;
3. Fate una gita verso il nord dell’isola di Babeldaub: ancora è il posto più integro e pittoresco;
4. Bagnatevi nelle cascate all’interno della giungla;
5. Il Kayak è il modo migliore per partire alla scoperta delle Rock Islands;
6. Organizzare un pranzo a base di cibo locale sarà davvero un’esperienza piacevole e gustosa;
7. Anche se non siete subacquei provetti, i laghi delle meduse dovete vederli: basta una maschera;
8. Se invece siete subacquei, non perdetevi le immersioni a Blue Corner, Blue Hole e Chandelier Cave;
9. Due o tre giorni nella paradisiaca Carp Island vanno sicuramente messi in preventivo;
10. Se non siete subacquei e dovete per forza rinunciare allo spettacolo dei coralli profondi, allora fatevi portare a Soft Coral Arch.
Si tratta di un arco roccioso sommerso completamente ricoperto di meravigliosi alcionari colorati. Potete osservarli standovene comodamente in superficie.
Ci sono alcune immagini che riproducono una storia dipinta sulle travi del soffitto di una men’s house. La storia tramandata e dipinta sui legni della grande casa narra di un naufrago inglese sbarcato per qualche ragione nei pressi del villaggio. L’uomo bianco era vestito di tutto punto, ma stanco e affamato. Le genti del villaggio lo ospitarono e lo nutrirono. Prima di coricarsi l’inglese si tolse gli abiti bagnati e li appese li fuori. Agganciati da qualche parte penzolavano calzini, pantaloni, camicia, guanti…
Le donne che curiose osservavano la scena nascoste dietro alle piante, pensarono che quell’uomo si fosse tolto gli arti per dormire. Nel disegno si vede allora il tronco dell’uomo che riposa e, da una parte, i piedi, le gambe le braccia, le mani…
Ma dov’è quell’altra parte importante di un uomo, si chiedevano le donne.

Dieci cose da non mancare a Palau (secondo Helena):

1. Un sorvolo delle Seventy Island sembra una cartolina dall’alto;
2. Un’immersione a Blue Corner, uno dei più spettacolari punti d’immersione nel mondo;
3. Un giro in barca attraverso le Rock Islands alla ricerca di deserte spiagge da sogno in un unico scenario di archi naturali e lagune nascoste;
4. Un giro in kayak, guidati da un biologo marino che vi porterà attraverso passaggi impossibili per barche più grandi all’interno di laghi nascosti alla scoperta di creature solo note a profondi conoscitori dell’ambiente naturale;
5. Fare snorkelling all’interno di numerosi laghi marini vi permetterà l’incontro con moltissime straordinarie creature di questi unici ambienti;
6. Una visita ad una Airai Bai, la casa tradizionale, con pitture e incisioni che raccontano le glorie e la vita di ogni giorno nel passato di Palau;
7. Una notte in città, in giro per i karaoke bar e discoteche per incontrare la gente di Palau;
8. Un tour di una giornata nelle sgangherate strade di Babeldaub per vedere siti dove si trovano antichi monoliti, villaggi altamente organizzati e due splendide cascate nella giungla;
9. Una visita alle più meridionali isole di Anguar e Peleliu che hanno un misto di bellezza selvaggia e testimonianze del dramma della seconda guerra mondiale;
10. Una partita di pesca dalle spiagge e d’alto mare è un must per gli amanti della pesca.

Come, dove e quando

Per quanto tempo: Almeno 14 giorni.
Periodo migliore: Febbraio e Marzo sono i mesi più asciutti, ma il tempo è caldo e piacevole durante l’intero anno.
La temperatura media è intorno ai 27°c.
Acquazzoni improvvisi sono normali durante tutto l’anno, ma più frequenti da luglio a ottobre.
L’umidità media è attorno all’80%, i tifoni sono rari, dato che Palau è fuori da quella zona nota con il nome di “typhoon belt”.

Documenti: per i cittadini italiani passaporto valido per almeno sei mesi.
Il visto viene rilasciato all’arrivo per un massimo di 30 giorni (con la possibilità di estensione dietro pagamento di 50$).
All’ingresso nel paese è necessario presentare il biglietto aereo di ritorno.

Norme sanitarie: certificato di vaccinazione contro la febbre gialla è richiesto se in arrivo da paesi in cui sia in corso una epidemia o in cui sia presente questa malattia. Portatevi un repellente per insetti se avete intenzione di andare a camminare nella giungla.

Lingua: l’inglese e il palawan sono le due lingue ufficiali.
A causa dell’antica occupazione in molti parlano giapponese.
Nelle isole sudoccidentali di Sonsorol, e Tobian sono parlati i relativi dialetti locali.

Valuta: il dollaro americano è la valuta ufficiale.
Le carte di credito sono diffusamente accettate.

Fuso orario: + 8 ore rispetto all’Italia.
Telecomunicazioni: disponibili telefoni intercontinentali, fax, telex, diretti.
Si trovano posti pubblici per e-mail.
Carte telefoniche sono disponibili presso il PNCC office a Koror o Airai.
Si può comunque telefonare dalla maggior parte degli alberghi Per telefonare: il codice del paese è 680.

Per uscire – Vita notturna.
La vita notturna a Palau è davvero in stile locale. Con musica locale e internazionale. Non ci sono eleganti night club o locali di lusso. Piuttosto qualche bar e diversi karaoke, davvero molto apprezzati dai locali. Ufficialmente tutto dovrebbe arrestarsi a mezzanotte per via del coprifuoco che in linea teorica va appunto da mezzanotte all’alba.

La Continental Micronesia è la sola compagnia che raggiunge Palau da Manila.
Il volo notturno per Manila via Singapore da Roma è molto comodo.
Per i sub che desiderano viaggiare con l’attrezzatura al seguito, la compagnia mette a disposizione 30 chili di franchigia bagaglio anche in classe economica.

+39 0721 65770 Preventivo